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La Camera degli Stati Uniti non ha approvato (302 voti contro e 126 a favore) la Trade Adjustment Assistance, o TAA, il documento che permette di dare assistenza e fare formazione a quei lavoratori americani che perderanno il posto di lavoro una volta approvato il TPP, l’accordo che prevede la formazione di un mercato unico tra 12 paesi del Pacifico.

Il blocco del provvedimento, sul quale democratici e repubblicani combattono da giorni, mette a rischio anche il fast track, la legge che dovrebbe dare al presidente Barack Obama la possibilità di approvare accordi commerciali con altri paesi (tra cui il TPP) senza passare dal Congresso. Proprio la Trade Adjustment Assistance era stata posta come condizione dai democratici per dare il via libera al fast track, fortemente voluto da Obama e anche dai repubblicani. Tuttavia nei negoziati le condizioni non sono piaciute sia ai repubblicani che anche a una parte dei democratici.

Nei giorni scorsi democratici e repubblicani alla Camera avevano discusso per cercare un punto in comune sull’approvazione del TAA, storicamente voluto dai democratici e osteggiato dal Gop.

Il grosso problema era rappresentato dalla sua fonte dei finanziamenti: il partito del presidente è preoccupato che il denaro per portare avanti il programma di aiuti ai lavoratori venga preso dai fondi dedicati al Medicare, cosa che potrebbe portare a tagli al piano di assistenza sanitaria agli anziani. Poco prima del voto la leader democratica alla Camera,
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Nancy Pelosi, aveva detto che avrebbe votato contro il TAA se questo era un modo per rallentare l’approvazione del fast track.

Poco dopo i deputati hanno votato il fast track, approvandolo (219 voti a favore e 211 contro). Tuttavia non essendoci un voto positivo sul procedimenti precendete considerato una condizione essenziale per approvare l’intera legge il documento non andrà sulla scrivania di Obama. Adesso il TAA dovrebbe essere rivotato lunedì o martedì prossimo.

Venerdì mattina Obama ha provato a fare le ultime pressioni sui democratici. Pressioni che non sono servite a spostare i voti del suo partito che (unendosi ad alcuni repubblicani) ha fatto naufragare il provvedimento che lui stesso aveva voluto porre all’interno della legge.

Nessun tono minaccioso o attacco diretto, solo un piccolo sassolino nella scarpa che Donald Trump si è voluto togliere criticando i media che diffondo fake news, raccongliendo un coro di bu dalla platea. Per il resto il discorso del presidente americano al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, è stato molto bilanciato e ha puntato a presentare al mondo le opportunità per le aziende che vogliono investire negli Stati Uniti. Insomma, quello che Trump e i suoi ripetevano da un paio di settimane, tutte le volte che qualcuno gli chiedeva di cosa avrebbe parlato il presidente.

Una trimestrale migliore del previsto (anche se chiusa in perdita a causa della riforma fiscale Usa), previsioni per un altro anno record e un rialzo del dividendo. Sono questi i fattori che nel dopo mercato a Wall Street hanno permesso al titolo Intel di correre. Gli investitori non sembrano preoccupati dalle falle nei chip del gruppo (e non solo) rese pubbliche a inizio anno e che virtualmente chiamano in causa ogni pc al mondo. Su questo fronte Intel si è limitato a dire che Spectre e Meltdown „potrebbero avere un impatto negativo sui nostri risultati,
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sulla relazione con i clienti e sulla reputazione“.