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Social Media Landscapes. Una collana digitale. Un intervento di Angelo Ricciurdkcyhdo su FOTO DI CONIGLIO SCUOIATO ESPOSTO NELLA MOSTRA FIORENTINA“OBIEZIONI“:AGGIORNAMENTOOmar Iannello su FOTO DI CONIGLIO SCUOIATO ESPOSTO NELLA MOSTRA FIORENTINA“OBIEZIONI“:AGGIORNAMENTODire la verità di Elisabetta Campora. La storia e la tenacia di una pioniera in un bellissimo libro. HortobagyiDire la verità di Elisabetta Campora. La storia e la tenacia di una pioniera in un bellissimo libro. Un andante veloce. Impressioni fugaci come se avessi pasteggiato con Lsd e cenato a diazepam. La percezione è asimmetrica, il pavimento simile a un piano inclinato. Freddo. Il risveglio avviene nelle forme. Dentro le forme. Nel loro riconoscimento. Me ne accorgo. Do forma e quindi nome a ciò che agonizza attorno ancora fuori fuoco. L’alba tarda. Il tempo è una fregatura, l’alba tarda e non odora di nulla che sia fragrante, caso mai di brodo vecchio rimasto in cucina. Le forme. Le individuo,le incasello. Non sono un disegno, uno schizzo, un corpo stilizzato per scherzo, lo spettacolo non finisce con le consolanti parole „era un gioco, tornate pure a casa, nei vostri tinelli un po‘ bui, nei vostri saloni, nei letti condivisi con qualcuno, per caso o per azzardo o nei matrimoniali solitari e caldi, davanti ai televisori al plasma o nelle vostre jacuzzi“. No. Non era uno spettacolo( o forse in parte) e non ha quel finale. E‘ qualcosa di più liquido e scomodo. Non sono un tratto leggero, a penna o a matita, un tratto vergato su uno spartito magari inconcluso, non sono una linea retta e sottile. Sono qualcosa di tondo, come una coperta tutta avvolta, come un gomitolo, una palla, un soprammobile a forma di uovo. Un uovo molle quando manca poco e lo devi buttare. Sono frittata stantia e paura del tempo, della battaglia che mi chiede, delle armi ed orpelli che necessita per essere anche solo affrontato( cipria, nascondimento, dimagrimento autorizzato, gioielli, finti o veri non fa differenza). Il tempo ti fotte di brutto, ti chiama a combattere e tu accetti, al momento, non pensi, non sai, non ho pensato e ho accettato. Quella battaglia Parajumpers Long Bear che non posso vincere. Risveglio. L’andante si fa lento, lentissimo, quasi impalpabile, un sottofondo, un sussurro, un brusio. Lo specchio cerca di essere indulgente e la casa è avvolta da quella luce ovattata del mattino che sfuma e che smussa, quando può. Forse non può, non mi sfuma, non mi smussa, resto enormemente ingombrante. Non mi lima. Mi guardo e fa male ( fa spesso male, un male irreparabile, un male macchiato di rosso, sangue che cola nella testa e nella memoria, che ha radici e urla soffocate in passati remoti e recenti imperfetti sbianchettati all’occorrenza per ragioni di quieto vivere o di buona creanza). Un corpo involucro di immagini ancora Canada Goose Womens aggrappante ai frantumi del sogno, popolazioni colorate da pastelli incandescenti o da viola lisergici, o da niente, popolazioni di Moncler Jacken gomma che diventano edifici con buchi al centro di città che non conosco e io cado. Cado sempre nel buco poco prima. Di cosa? Di questo. Del risveglio. Sono un fagotto di briciole della colazione scivolate nel solco dei seni, di caffè sbrodolato sui pantaloni del pigiama( una tuta da ginnastica poi, senza elastico) sono un fagotto di capelli annodati, di odori non gradevoli sudore e fumo, assorbito nei pori della pelle e nei capelli e di un soffio di menta forte per via dello sciacquo col Listerine, primo gesto fondamentale di ogni mattina. Nel sogno c’erano corpi nani e corpi monchi che si tramutavano e si tramutavano e diventavano altro. Alberi, visi senza occhi e senza bocca. Si strofinavano fra loro in vite simboliche o solo difficili da interpretare. Eccomi qui. Moncherini di corpi sognati e paesaggi di un giallo e di un senape mai visto nella realtà brillano ancora attorno alla mia immagine che è brutta riflessa nello specchio ( che è bello, raffinata la cornice) Respiro. Forse ci potrei provare. Uscire, mimare una decenza che non ho, scivolare fuori e affrontare. Prima devo sistemare le scatole di bottoni, i manichini e i tessuti. La stanza dove creo i modelli è in fondo a un corridoio lungo come i corridoi delle case antiche che rimangono impressi nella testa, indissolubile parte di ogni ricordo d’infanzia. Prima un altro sguardo al mio volto, la ricrescita dei capelli è indecente, non posso rimediare e li raccolgo. Si nota il doppiomento, se esco lo guarderanno, lo guarderanno sempre, tutti, un caleidoscopio di sguardi si posa lì dove la mia carne esagerata rende affogati nel grasso gli occhi e l’espressione. Il tutto indecente, non lucido come i miei bottoni. Occhi come bottoni opachi da niente che sistemo sui vestiti di poco conto. Occhi pellicola spessa, mai in riposo. C’e sempre così tanto, così troppo da guardare, così tanto da riflettere, ricordare, ribadire o mendicare. I manichini sono bianchi com’era bianca la meringata che comperavamo quando ero bambina e mangiavamo tutti in piedi, nel tinello, con le dita. Non arrivava mai in sala, se non come un rudere quasi demolito. I manichini sono bianchi come le pareti degli ospedali, come le stanze senza quadri, come il gesso che stride, come i biglietti da visita sul retro, come la pelle di chi è debole e si sta per accasciare. Muovo goffamente il mio corpo involucro. Fra loro mi sento sopravvivente. Non c’è nulla da fare. Mi spoglio. Corpo nudo e flaccido in posa plastica fra manichini immobili e perfetti. Sono il pezzo mancante, fra loro ipotizzo una mia ragione d’esistere, quasi una necessità. Posso restare accanto alle loro braccia fredde, nuda, avvolta dal loro bianco che abbaglia, che strozza e ipnotizza, una glassa di bianco senza scampo e senza crepe. Un bianco latte che distrugge l’intestino, un bianco schiuma del cappuccino, un bianco come lo schermo ed il foglio, un bianco di cioccolatino( dentro mandorla e fuori glassa di latte e zabaione) Sto. Lasciandomi dimenticare il corpo che invecchia, che sgocciola frasi crudeli dette perchè la mente si è scordinata come una bambola brutta di pezza, senza fili e senz’occhi( con la bocca disegnata a biro e i capelli di lana puttana, quella che non serviva per i maglioni), il corpo sonnecchia Parajumpers Long Bear Verkauf troppo e invecchia con fatiche, denti che cadono, un improvviso ansimare per una piccola fatica, l’arrossamento vaginale, i chili esagerati, i peli, i capelli caduti, smagliature, di quelle non parliamo. Ormai mi divertono, le coloro con i polpastrelli intinti nell’ombretto. Un corpo, si potrebbe dire, un corpo da inventare e coprire di parole per permettersi di non guardare, un corpo, di quelli che altrove uccidono per economie sciagurate e pianificazioni putride decise a tavolino da cervelli nati muffe, sanguisughe dell’esistente. Un corpo, col destino clamoroso e inclemente dei corpi, proprio tutti ma veramente tutti i corpi. Il mio, che sbriciola i residui del suo „allure“ Mi faccio accogliere. Dai manichini. Non dicono avanti.

Non dicono niente. E‘ bianco il loro silenzio, io sono nuda e loro sono morta plastica con codice a barre. Io sono nuda e sformata coi seni cadenti, con più ponti che denti, io sono maldestra e sgraziata, appestatae un po‘ storta, ma resto. Loro rappresentano la macabra grazia di una rappresentazione di morte da vestire, di morte ballata, di morte a disposizione. Una specilissima colonazione, per farci sentire semidei o divinità assolute. A sua immagine. A mia immagine non ce ne sono ma va bene così, non volevo olimpi e nemmeno scranni, ho lasciato accettare i danni a chi mi ha amato per una notte, tre ore, 23 anni o dieci. A chi mi ha amato giocando a nascondino o prestandomi il biglietto in autobus quando saliva il controllore. Mi rannicchio seduta, sono bianchi di quel bianco da meringa, quel bianco morto nel passato seppellito con funerale frettoloso , la meringa da tinello delle domenichesonnolenza o anche delle domeniche chearriviprestolafine. Sono cattivi come è giusto che siano cattivi dei manichini che si prestano a pose indotte, a micro violenze inflitte, simulacro di un umanità facile da clonare. Da bianca e morta plastica con codice a barre. Dovrei uscire, lo so che dovrei invece che restare in questa stanza di solito popolata da voci di aiutanti che vanno e vengono dal bagno a tirare una cocaina anch’essa candida come zucchero a velo, impalpabile e docilmente nociva passione che sostituisce tutte le possibili passioni, dovrei uscire a incontrare soffietti e artigiani, press agent e guardiani, ma il rifugio mi appare sicuro, mi aggancia e mi frena, lasciando scivolare in un oblio non chimico ogni incubo nero da doppiomento o da sguardo giudicante nel gioco a rimpiattino della maschera sociale. Loro sono. Sono corpi come saranno i nostri corpi solo che i nostri non saranno bianchi. Hanno venduto l’anima per un candore tangibile ma non pulsante. Sono bianchi come le pagine di un quaderno da riempire, come un tessuto orientale da scoprire, come un gelato di crema mangiato un pomeriggio d’autunno col babbo quando lui c’era ma non c’erano doppimenti e paure, fregature Moncler Weste e rincorse sfrenate, delusioni, pause obbligate o delazioni. Un gelato mangiato un giorno più bello e forse persino più bianco di questo giorno di fuga e di esilio. Ai manichini m’appiglio, che è come dire l’appiglio ad un niente nell’attesa che il mio corpo fagotto, il mio corpo tralasciato, relitto, slogato e mestruato, il mio corpo confine, il mio corpo che strappa tendine non idonee e che fa il verso a segretarie che lo sono ancora meno, che il mio corpo in un baleno smetta di aggrapparsi a tanti piccoli inesorabili niente e provi, anche se con fatica, doppiomento e gonfiore, a essere appena indulgente.

Francesco Giubilei è un ragazzo capace di una girandola di iniziative. Vive di storie, narrazioni, letture, idee. E‘ giovane, vive a Cesena, frequenta il liceo scientifico, ama leggere e scrivere, e, oltre ad avere pubblicato giovanissimo un libro, Giovinezza, ( qui una recensione molto belladi Renzo Montagnoli) ha creato la rivista letteraria Historica, in formato sia digitale che cartaceo. Si parla moltissimo di web 2.0. Si discute sull’importanza di creare contenuti in rete, di non fermarsi ed „esibirsi“,di non usare internet per pura autoreferenzialità. Internet può essere un ottimo strumento per limitarsi a“mostrare il proprio ombelico“ ed essere appagati di questo. Lo sta facendo generosamente. Crea contenuti, avvicinale persone, offre spazio, rimanda, valorizza ( ma trovate tutte le sue attività, racconti inediti, link, progetti disolidarietà, incursioni, intervistee segnalazioni qui) Oltre a Historica ha creato la Lega Blogger Letterari Magazine di cui è uscito il primo numero. Una cosa semplice in fondo, ma pensata nello spirito del „circolo virtuoso“a me molto caro: si tratta della scelta, ogni quindici giorni di un pezzo secondo lui rilevante e valido da alcuni blog che trattano a vario titolo di letteratura. Temo, a volte, che possatrovare barriere, provaredelusioni, che il suo attivismo creativo e fecondo possa venir bloccato dai consueti egocentrismi d’accatto, da chi protegge il suo piccolo, infimo territorio. O deriso, magari. Ma so che saprà cavarsela, e se no, da quelle delusioni, inevitabili in „luoghi“ dove il mostrarsi, l’esserci, l’apparire, il travalicare, il debordare, sono la norma, imparerà e ripartirà. Ne sono certa. Da me, certamente troverà, nei limiti, sostegno e appoggio. Books è compagno di viaggio di Historica e del lavoro che fa Francesco Giubilei. Nei pezzi che scrivo per la rivista ho concentrato la mia analisi sul rapporto fra fotografia e letteratura, fra fotografia e spazio urbano,temi trattati in altra forma anche qui , qui e qui ma che trovano nella rivista creata da Francesco spazio adatto all’approfondimento. Seguitelo, troverete sicuramente spunti, stimoli, collegamenti, qualcosa che vi riguarda nella miriade di diramazioni e affluenti che questo ragazzo sa coordinare e gestire. Segue un suo racconto inedito
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