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CAGLIARI. Teppisti, nient’altro che vandali. Non c’è nulla da scoprire e trovare nella testa di chi incendia le auto parcheggiate e i cassonetti. Resteranno delusi quanti stavano per scomodare folle di sociologi, i tre balordi arrestati l’altra notte non hanno saputo dir nulla e nulla avevano da dire sul movente che li ha spinti alla devastazione. Nessuna traccia di accese rivendicazioni sociali e neanche rigurgiti invidiosi dello status altrui, nelle poche parole raccolte, in cella e in aula, dagli investigatori e dal giudice. Gli arrestati, due dalla polizia, uno dai carabinieri, sono solo miseri serial distruttori.

Moventi piatti, storie da poche righe se non fosse per l’allarme provocato dai raid che da sempre mettono paura a chiunque la notte parcheggi l’auto sotto casa e non sa se l’indomani se ritroverà invece una carcassa fumante. Quello che il terzetto ha commesso prima dell’alba di giovedi, è una delle tante, troppe distruzioni urbane in serie dal 2004 a oggi: quindici auto incendiate, tredici cassonetti bruciati. In neanche un’ora e sempre con la stessa maledetta tecnica: pezzi di cartone arrotolati come torce, infilati tra ruote e parafango e poi l’accensione, la fiammata. Con un anonimo accendino, non c’è bisogno della benzina, quella che alimenterà l’incendio è nel carburatore della preda scelta a caso nel filotto di auto sulla strada. Con un Bic usa e getta ancora caldo in tasca, la loro arma, Diego Atzeni, 22 anni, e Andrea Meloni, 28, cagliaritani, l’altra notte sono stati placcati dagli equipaggi delle Volanti della polizia. I due correvano in via Monti, nel quartiere San Benedetto, alle loro spalle, uno dopo l’altro, i bersagli in fiamme: davanti al teatro, a un passo dalle telecamere della banca, vicino ai negozi, sotto i palazzi di via Bacaredda. Quasi ottocento metri di fuoco, comprese le tappe per bruciare i cassonetti, tredici, come hanno raccontato i primi testimoni capaci di riconoscere gli incendiari. Pazzesco. Folle. Uguale alla follia che ha fatto scattare chissà quale molla nella testa di Gian Carlo Porcu,
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neanche un ragazzino, ha trentaquattro anni, bloccato dai carabinieri in piazza del Carmine. Lo hanno ammanettato quando aveva già acceso la torcia di cartone sotto una Mercedes Classe A, nuovissima, che è stata risparmiata soltanto perché i vigili del fuoco sono arrivati in tempo. Anche Gian Carlo Porcu, in caserma, come gli altri finiti in questura, non ha risposto alle domande di chi lo interrogava deciso a scoprire quale fosse il movente. Nessun movente: non conosceva la proprietaria dell’auto, un’impiegata, non cercava la vendetta e neanche pensava di punire chi aveva la Mercedes mentre lui andava a piedi. No, aveva scelto a caso la preda e le aveva dato fuoco, perché questa è la trasgressione cretina del momento, perché lo fanno in molti, purtroppo, quando si vuole scacciare via la noia in una notte diventata profonda per tutti, baristi compresi. E se il movente dei raid fosse nel passato degli arrestati? Qualcosa sui tre hanno detto Gianfranco Murgia, dirigente delle Volanti, Michele Sirimarco, colonnello e comandante provinciale dei carabinieri, e Paolo Floris, capitano della Compagnia, soddisfatti prima di tutto: l’ultimo rinforzo delle pattuglie notturne ha favorito gli arresti in flagranza di reato che sono una rarità in questi reati. I profili di Atzeni, Meloni e Porcu sono molto simili fra loro: pregiudicati, disoccupati, domiciliati a Is Mirrionis e Sant’Elia. Ecco, il movente potrebbe nascondersi fra le piazze del malessere, dove accade che la gente circondi polizia e carabinieri per salvare uno spacciatore dalle manette, è successo anche mercoledi. No, la storia del malessere sociale non regge e appare debole l’equazione che la violenza del trio sia l’effetto del vissuto nelle case popolari. Non è una ricostruzione forte per due motivi: nessuno degli arrestati s’è appellato, nell’aula del giudice, a chissà quale ideologia proletaria di sommossa urbana e poi va ricordato che anni fa a prendere a mazzate le auto parcheggiate furono alcuni figli della Cagliari alto borghese. Erano vandali quelli con le Timberland ai piedi, lo sono questi che possono comprarsi a malapena le Nike taroccate dai cinesi. Purtroppo la matrice ieri e oggi è rimasta quella che più terrorizza: il teppismo fine a se stesso.

A fine mattinata Gian Carlo Porcu è stato processato dal giudice monocratico per tentato incendio. Udienza e sentenza in mezz’ora, con questo finale che può lasciare sorpresi: 10 mesi di reclusione, una sola notte in cella e immediata scarcerazione per effetto della condizionale che sospende la pena. Diego Atzeni (accusato di danneggiamento oltre ai ventotto incendi) e Andrea Meloni (per lui anche resistenza a pubblico ufficiale) hanno rifiutato invece il patteggiamento e resteranno a Buoncammino fino a martedi,
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giorno del processo.